Il linguaggio del cambiamento – Paul Watzlawick


Il Linguaggio del Cambiamento
Paul Watzlawick
Elementi di comunicazione terapeutica

Le parole, e più in generale, la comunicazione, influiscono sullo stato d’animo, le opinioni, i sentimenti, ma hanno anche effetti molto concreti a livello fisico. Fin dall’antichità (anche) la comunicazione veniva utilizzata per curare.  Le parole, dunque, ristrutturano la realtà e da questa ristrutturazione possono derivarne anche conseguenze tangibili, fisiche.

Ciascuno vive la propria immagine della realtà. La realtà oggettiva non può essere colta, ciascuno si crea il proprio reale e tale immagine di realtà può essere sovvertita dalla comunicazione, o meglio, da un certo tipo di comunicazione.

Quale? Quella che utilizza l’evocazione, l’emozione, i giochi di parole, i motti di spirito. Quella che parla all’emisfero destro del nostro cervello.

Numerosi esperimenti dimostrerebbero che il nostro organo cerebrale è composto da “due cervelli”: il destro coglie la totalità dei contesti, è legato al mondo dei sensi, delle sensazioni, delle immagini, della non linearità e domina il sinistro nel contribuire all’immagine del mondo che il soggetto fa sua; il sinistro domina il dettaglio, il calcolo, l’argomentazione.

Watzlawick riporta molte prove sperimentali che confermerebbero la teoria dei “due cervelli”.

L’immagine del mondo è la sintesi delle miriadi di esperienze, influenze e di ciò che da esse ne deriva: interpretazioni, convinzioni, attribuzioni di senso e di valore agli oggetti delle nostre percezioni. L’immagine del mondo è il risultato della comunicazione.

La traduzione dell’esperienza del mondo nella sua immagine è un’attività solta dell’emisfero destro.

L’intervento terapeutico, volto a restituire ai soggetti una visione più produttiva per loro (si noti, non quella reale, ma quella più produttiva) non può essere combattuta con le armi e la logica dell’emisfero sinistro, come si sarebbe tentati di pensare (mai provato a convincere qualcuno su basi esclusivamente razionali?), bensì il cambiamento può avvenire solo coinvolgendo l’emisfero destro utilizzando principalmente tre tecniche:

  1. impiego delle forme linguistiche dell’emisfero destro
    • giochi di parole
    • motti di spirito
    • forme linguistiche immaginose (immagini, evocazioni, metafore, citazioni)
    • utilizzo del paraverbale: ritmo lento, monotono
    • linguaggio ipnotico e poetico, rime, somiglianze fonetiche, forme positive, forme simmetriche, utilizzo di un particolare per significare il tutto
    • Allusioni, sottintesi, eufemismi

di cui Watzlawick fornisce ampi e numerosi esempi.

2. blocco dell’emisfero sinistro

  • tecnica della confusione: fornire un numero elevato di informazioni confuse e disomogenee tale da produrre un sovraccarico dell’emisfero sinistro e aprire l’accesso al destro.
  • prescrivere il sintomo: chiedere al paziente, secondo il principio similia similibus curantur (i simili si curano con i simili), di prodigarsi nel fare qualcosa che acuisce il sintomo, ossia la conseguenza negativa della sua visione del mondo, creando così un doppio legame dal quale il soggetto può uscire solo contraddicendo la propria visione. Il doppio legame consiste nel fatto che, o non guarisce e continua a soffrire o, per guarire, deve acuire la sofferenza: la soluzione diventa il problema, di fronte a questo paradosso non c’è via di uscita se non quella di rompere la vecchia visione del mondo e adottarne un’altra, più produttiva.
  • spostamento dei sintomi: è simile alla precedente, ad esempio si chiede al soggetto di adottare il comportamento indesiderato in determinate ore del giorno, questo dà al soggetto la percezione di controllabilità del comportamento: anche se il problema rimane, diventa controllabile. Non è detto, anzi non è opportuno, che il soggetto guarisca completamente, secondo il principio del “residuo irrisolto“ il terapeuta deve far intendere che una parte, seppur piccola, del problema rimarrà irrisolta, per togliere l’illusione della completa guarigione e dare fiducia al paziente nella propria autonomia e capacità di superare da sé il problema.
  • illusione delle alternative: proporre due alternative che sembrano tali ma in realtà obbligano verso un’unica direzione: “vuole venire a capo del problema fra due settimane o fare una pausa e prendersi un tempo più lungo?” il presupposto è che il problema sarà risolto, si fa un passo in avanti verso l’accettazione del cambiamento
  • ristrutturazioni: dare un significato diverso, ma sempre centrato sulla visione del mondo del soggetto e trasmesso nel suo linguaggio; per questo il diverso significato è accettato ma rende visibili prospettive diverse e rompe l’illusione della esaustività della visione del mondo adottata dal soggetto.  Ad esempio si prescrive al bambino che si succhia il pollice di succhiarsi in egual misura tutte le altre dita o allo studente svogliato di studiare solo in una fascia oraria stabilita dallo studente stesso e assolutamente non dovrà farlo al di fuori di quella fascia.  La ristrutturazione provoca, nella visione del mondo del soggetto, la necessità di respingerla, ed è proprio il provocare questa necessità il fine ultimo della terapia. Se semplicemente si dicesse al soggetto di non comportarsi in un certo modo le probabilità di successo sarebbero bassissime perché ogni argomentazione non scalfirebbe la sua immagine del mondo, anzi l’ingiunzione verrebbe fermamente respinta e la visione rafforzata.

3. prescrizioni di comportamento specifiche

  • Uno dei modi per indurre il cambiamento è quello di generare o illuminare il soggetto su fatti che non possono essere integrati nella sua immagine del mondo richiedendo così una modifica parziale della stessa. La tecnica che induce il cambiamento è quella di provocare attivamente questi eventi attraverso la prescrizione di comportamenti. Questa diventa quindi una terza via di accesso all’emisfero destro e all’immagine del mondo che si è dato.

La regola che produce il cambiamento viene introdotta dall’esterno, ma non attraverso spiegazioni e interpretazioni, tipiche della psicoterapia “tradizionale”, ma appunto attraverso la prescrizioni di comportamenti che siano nello stesso tempo integrate e incompatibili con la visione del mondo del soggetto. Questo effetto lo si può ottenere portando all’estremo la sua visione. Al soggetto che deve fare continuamente docce si chiede di cambiare asciugamano e sapone ad ogni lavaggio (così da rendere quasi impossibile la soddisfazione del suo impulso e portare in superficie l’assurdità del suo comportamento), allo studente perfezionista, in quanto ossessionato dalla paura di sbagliare, si chiede di rendersi intenzionalmente ridicolo in pubblico (facendo emergere quanto ridicola sia la sua necessità di prendersi sul serio), al soggetto fobico si chiede di fermarsi ad un metro di distanza dall’oggetto della sua fobia (relativizzando il problema e rendendolo in qualche modo controllabile dal soggetto)

Vincere le resistenze

Come è possibile far compiere a soggetti razionali azioni assurde e puerili come quelle indicate sopra?

E’ fondamentale che le richieste richiedano uno scarso sforzo e dispendio di energie. Ma anche con queste precauzioni spesso si leva la resistenza espressa in termini di “voglio guarire, mi chieda di fare tutto, ma questo no!”.

Per vincere tali resistenze si utilizzano queste tecniche:

  • adottare il linguaggio del paziente
    • comprendere le aspettative, le speranze le paure, i pregiudizi del soggetto, il suo canale percettivo preferito per porre le premesse di un accordo e porsi nella sua visione del mondo
  • utilizzare la sua resistenza
    • interpretare ogni insuccesso e resistenza come prova del successo e, come detto precedentemente, utilizzare e provocare la resistenza portando all’estremo le conseguenze della visione del mondo del soggetto in modo che sia egli stesso obbligato a rifiutarla o, quanto meno, a modificarla. Ad esempio, al soggetto che si lamenta in quanto non nota miglioramenti, pur presenti, si prescrive di non menzionare mai i progressi ottenuti ma di affermare che nulla è cambiato. Quando il soggetto dirà di non migliorare lo si loda per il progresso e la collaborazione.
  • ricorrere alle anticipazioni
    • Anticipare quel che il cliente potrebbe dire o un suo atteggiamento positivo per niente scontato: “lo troverà insensato ma si potrebbe …”, “So che le piacerà…”, “non vorrei dire che…”; la prescrizione deve essere facile da eseguire ed espressa dal terapeuta con tono “giusto”, ripetitivo, monotono, circostanziato, con lentezza e chiarezza, come farebbe un ipnotizzatore.

Rituali

Il rituale  parla un linguaggio accessibile all’emisfero destro.  In terapia è una sorta di controgioco che distrugge il gioco originale, un rito sano che si sostituisce ad uno improduttivo.

Ma quale è la prescrizione o il rituale o la terapia giusta per il soggetto?

La soluzione deriva dall’osservazione di ciò che il soggetto ha fatto fino a quel momento per risolvere il suo problema, in quanto questa, di solito, non fa altro che far perdurare il problema, portando ad un circolo vizioso.

Quanto deve durare l’intervento?

Si potrebbe dire per sempre in quanto i cambiamenti non sono mai definitivi, non si deve puntare all’illusione di una guarigione totale ma piuttosto a dare al soggetto la capacità di convivere bene con il problema. Solo il successo nel trattare  i problemi, non un mondo senza problemi, può essere l’obiettivo di una terapia consapevole delle proprie responsabilità.

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Paul Watzlawick
Elementi di comunicazione terapeutica

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