Imparare l’ottimismo – Martin E. P. Seligman

Imparare l'Ottimismo
Imparare l’Ottimismo
Come cambiare la vita cambiando il pensiero – Nuova Edizione
Martin Seligman
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Quale è la differenza fra in ottimista e un pessimista? Di fronte ad un evento negativo l’ottimista pensa che l’evento sia passeggero, che abbia conseguenze limitate ad un ristretto ambito e che lui non abbia responsabilità. Il pessimista al contrario penserà che l’evento si perpetui nel tempo, avrà conseguenze che pervaderanno tutti gli ambiti della sua vita e che sia conseguenza di sue colpe.

Di conseguenza, l’ottimista non si arrende facilmente, il pessimista sì. Ed entrambi alla fine …. avranno ragione!

Il grado di ottimismo ha riflessi sulla tendenza a soffrire di depressione, sulle probabilità di raggiungere successo, anche sulla salute.

Ma da cosa deriva la tendenza all’ottimismo (o al pessimismo) degli individui?

Un fattore importante è l’impotenza appresa. Se vivo un’esperienza in cui non ho il controllo di ciò che mi accade in situazioni analoghe non tenterò di uscirne anche se ce ne fosse la possibilità. L’esperienza precedente condiziona le esperienze future. In prove sperimentali questo avveniva in circa due casi su tre.  Ma questo apriva la strada a nuove domande. Cosa determinava il comportamento virtuoso di chi non si arrendeva pur in presenza di esperienze precedenti di impotenza? La risposta sta nelle spiegazione che il soggetto si dà degli eventi. Se penso che gli eventi siano persistenti, pervasivi e soggettivi non mi darò alcuna speranza di poterli cambiare, se penso che siano temporanei, di portata limitata e indipendenti dalla mia persona, penserò di poter cambiare la situazione.

Il testo contiene i test utilizzati scientificamente per misurare l’ottimismo degli adulti e dei bambini. I test sono diversi sia per essere più comprensibili ai bambini sia perché i bambini sono tendenzialmente più ottimisti degli adulti.

E’ presente anche un test della depressione: l’ultimi stadio del pessimismo.

Le teorie di Seligman sono alla base del cognitivismo che fonda sia la diagnosi che la terapia su ciò che le persone pensano rispetto agli eventi: come pensi, così stai. Ristrutturando i pensieri si impara ad essere ottimisti.

La ristrutturazione avviene in cinque passaggi divisi in due fasi. 

Prima fase ABC.

Adeversity: descrivere oggettivamente, senza valutazioni e giudizi, l’avversità, l’evento, l’interferenza, la causa.

Believes: descrivere i pensieri (o credenze, non i sentimenti) relative alle cause. Quali pensieri scattano in risposta all’evento?

 Consequences: descrivere i sentimenti e le azioni che sono scaturiti.

A questo punto individua le connessioni fra eventi, credenze e conseguenze. Scoprirai che i pensieri pessimistici generano passività e quelli ottimistici energia e spinta all’azione.

Quando raggiungi la consapevolezza di avere pensieri sono pessimistici puoi combatterli con la tecnica della distrazione: distogliere l’attenzione con gesti e azioni che rompono, interrompono ed evitano lo schema automatico di pensiero. Per avere effetti più duraturi occorre mettere in pista la tecnica della discussione:  trovare le tutte argomentazioni che intaccano e mettono in discussione la credenza, sospendendo il giudizio o prendendo le distanze, cercando i riferimenti contrari. Quali sono le prove contrarie e le spiegazioni alternative? Quale è fra le tante spiegazioni plausibili la più produttiva e utile per me?  Quale ha le implicazioni più utili e positive?

Qui si passa alla seconda fase: DE

Discussion: mettere in discussione le credenze, i propri pensieri, presenta prove contrarie, seleziona le alternative più produttive.

Energization: porre attenzione alla sensazione di energia e sfruttarla efficacemente per reagire e pensare a ciò che puoi fare per cambiare la situazione.

Le emozioni e le azioni non discendono direttamente dalle avversità, ma piuttosto da ciò che si crede riguardo ad esse. Mettendole in discussione si libera energia per cambiare le emozioni e agire efficacemente.

Seligman affronta e approfondisce i riflessi dell’ottimismo nell’ambiente di lavoro e nei risultati professionali, nell’educazione dei bambini, nella scuola, nello sport, nei confronti della salute, nella politica, nella religione e nella cultura.

Approfondimenti sono dedicati a come aiutare i proprio figli a evitare il pessimismo, a diffondere l’ottimismo nelle aziende e nelle organizzazioni.

Imparare l'Ottimismo
Imparare l’Ottimismo
Come cambiare la vita cambiando il pensiero – Nuova Edizione
Martin Seligman
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100 regole per motivare gli altri – Steve Chandler e Scott Richardson

Autore: Steve Chandler – Scott Richardson

Titolo: 100 regole per motivare gli altri –

“Come riescono i grandi leader a ottenere risultati incredibili senza far impazzire i propri collaboratori”

Editore: Avallardi

Commento:

riporto il commento che si trova in quarta di copertina:

“E’ difficile credere che tanta saggezza, esperienza, e conoscenza possano essere racchiuse in un libro di così agevole lettura. E’ un viaggio nella pura essenza di ciò che davvero funziona”

Ron Hulnick, rettore dell’Università di Santa Monica (California)

100 brevi consigli di cui fare tesoro seguendo l’invito degli autori: il modo giusto è fare pratica. Fra le 100 regole prendine una manciata e usale, mettile alla prova, vedi cosa riesci a ricavare e analizza i risultati. Così otterrai quello che vuoi: persone motivate.

Ecco alcuni esempi:

Se c’è un problema, sei tu il problema, stai scaricando le ansie sugli altri.

Non si gestiscono le persone, ma gli accordi con le persone

Ogni giorno decidi cosa fare accadere oggi.

Usa il rinforzo positivo

Focalizza l’azione verso gli obiettivi importanti invece di “spengere i fuochi” (occuparti delle urgenze).

Loda il risultato e non lo sforzo.

….

100 Regole per Motivare gli Altri
100 Regole per Motivare gli Altri
Come riescono i grandi leader a ottenere risultati incredibili senza far impazzire i propri collaboratori
Steve Chandler

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La Musica in testa – Giovanni Allevi

Autore: Giovanni Allevi

Titolo: La musica in testa

La musica in testa

Editore: Rizzoli 24/7

Commento:

Dalla prima volta che l’ho visto in un programma televisivo mi ha incuriosito. Quando ho visto il libro in libreria ho iniziato a sfogliarlo con curiosità. Da ogni pagina che leggevo riuscivo a fare dei collegamenti con lo sviluppo personale. In questo “diario” c’è il sogno da realizzare, il fallimento, la perseveranza, l’emozione, il potere delle convinzioni, PNL inconsapevole.

Il linguaggio del cambiamento – Paul Watzlawick

Il Linguaggio del Cambiamento
Paul Watzlawick
Elementi di comunicazione terapeutica

Le parole, e più in generale, la comunicazione, influiscono sullo stato d’animo, le opinioni, i sentimenti, ma hanno anche effetti molto concreti a livello fisico. Fin dall’antichità (anche) la comunicazione veniva utilizzata per curare.  Le parole, dunque, ristrutturano la realtà e da questa ristrutturazione possono derivarne anche conseguenze tangibili, fisiche.

Ciascuno vive la propria immagine della realtà. La realtà oggettiva non può essere colta, ciascuno si crea il proprio reale e tale immagine di realtà può essere sovvertita dalla comunicazione, o meglio, da un certo tipo di comunicazione.

Quale? Quella che utilizza l’evocazione, l’emozione, i giochi di parole, i motti di spirito. Quella che parla all’emisfero destro del nostro cervello.

Numerosi esperimenti dimostrerebbero che il nostro organo cerebrale è composto da “due cervelli”: il destro coglie la totalità dei contesti, è legato al mondo dei sensi, delle sensazioni, delle immagini, della non linearità e domina il sinistro nel contribuire all’immagine del mondo che il soggetto fa sua; il sinistro domina il dettaglio, il calcolo, l’argomentazione.

Watzlawick riporta molte prove sperimentali che confermerebbero la teoria dei “due cervelli”.

L’immagine del mondo è la sintesi delle miriadi di esperienze, influenze e di ciò che da esse ne deriva: interpretazioni, convinzioni, attribuzioni di senso e di valore agli oggetti delle nostre percezioni. L’immagine del mondo è il risultato della comunicazione.

La traduzione dell’esperienza del mondo nella sua immagine è un’attività solta dell’emisfero destro.

L’intervento terapeutico, volto a restituire ai soggetti una visione più produttiva per loro (si noti, non quella reale, ma quella più produttiva) non può essere combattuta con le armi e la logica dell’emisfero sinistro, come si sarebbe tentati di pensare (mai provato a convincere qualcuno su basi esclusivamente razionali?), bensì il cambiamento può avvenire solo coinvolgendo l’emisfero destro utilizzando principalmente tre tecniche:

  1. impiego delle forme linguistiche dell’emisfero destro
    • giochi di parole
    • motti di spirito
    • forme linguistiche immaginose (immagini, evocazioni, metafore, citazioni)
    • utilizzo del paraverbale: ritmo lento, monotono
    • linguaggio ipnotico e poetico, rime, somiglianze fonetiche, forme positive, forme simmetriche, utilizzo di un particolare per significare il tutto
    • Allusioni, sottintesi, eufemismi

di cui Watzlawick fornisce ampi e numerosi esempi.

2. blocco dell’emisfero sinistro

  • tecnica della confusione: fornire un numero elevato di informazioni confuse e disomogenee tale da produrre un sovraccarico dell’emisfero sinistro e aprire l’accesso al destro.
  • prescrivere il sintomo: chiedere al paziente, secondo il principio similia similibus curantur (i simili si curano con i simili), di prodigarsi nel fare qualcosa che acuisce il sintomo, ossia la conseguenza negativa della sua visione del mondo, creando così un doppio legame dal quale il soggetto può uscire solo contraddicendo la propria visione. Il doppio legame consiste nel fatto che, o non guarisce e continua a soffrire o, per guarire, deve acuire la sofferenza: la soluzione diventa il problema, di fronte a questo paradosso non c’è via di uscita se non quella di rompere la vecchia visione del mondo e adottarne un’altra, più produttiva.
  • spostamento dei sintomi: è simile alla precedente, ad esempio si chiede al soggetto di adottare il comportamento indesiderato in determinate ore del giorno, questo dà al soggetto la percezione di controllabilità del comportamento: anche se il problema rimane, diventa controllabile. Non è detto, anzi non è opportuno, che il soggetto guarisca completamente, secondo il principio del “residuo irrisolto“ il terapeuta deve far intendere che una parte, seppur piccola, del problema rimarrà irrisolta, per togliere l’illusione della completa guarigione e dare fiducia al paziente nella propria autonomia e capacità di superare da sé il problema.
  • illusione delle alternative: proporre due alternative che sembrano tali ma in realtà obbligano verso un’unica direzione: “vuole venire a capo del problema fra due settimane o fare una pausa e prendersi un tempo più lungo?” il presupposto è che il problema sarà risolto, si fa un passo in avanti verso l’accettazione del cambiamento
  • ristrutturazioni: dare un significato diverso, ma sempre centrato sulla visione del mondo del soggetto e trasmesso nel suo linguaggio; per questo il diverso significato è accettato ma rende visibili prospettive diverse e rompe l’illusione della esaustività della visione del mondo adottata dal soggetto.  Ad esempio si prescrive al bambino che si succhia il pollice di succhiarsi in egual misura tutte le altre dita o allo studente svogliato di studiare solo in una fascia oraria stabilita dallo studente stesso e assolutamente non dovrà farlo al di fuori di quella fascia.  La ristrutturazione provoca, nella visione del mondo del soggetto, la necessità di respingerla, ed è proprio il provocare questa necessità il fine ultimo della terapia. Se semplicemente si dicesse al soggetto di non comportarsi in un certo modo le probabilità di successo sarebbero bassissime perché ogni argomentazione non scalfirebbe la sua immagine del mondo, anzi l’ingiunzione verrebbe fermamente respinta e la visione rafforzata.

3. prescrizioni di comportamento specifiche

  • Uno dei modi per indurre il cambiamento è quello di generare o illuminare il soggetto su fatti che non possono essere integrati nella sua immagine del mondo richiedendo così una modifica parziale della stessa. La tecnica che induce il cambiamento è quella di provocare attivamente questi eventi attraverso la prescrizione di comportamenti. Questa diventa quindi una terza via di accesso all’emisfero destro e all’immagine del mondo che si è dato.

La regola che produce il cambiamento viene introdotta dall’esterno, ma non attraverso spiegazioni e interpretazioni, tipiche della psicoterapia “tradizionale”, ma appunto attraverso la prescrizioni di comportamenti che siano nello stesso tempo integrate e incompatibili con la visione del mondo del soggetto. Questo effetto lo si può ottenere portando all’estremo la sua visione. Al soggetto che deve fare continuamente docce si chiede di cambiare asciugamano e sapone ad ogni lavaggio (così da rendere quasi impossibile la soddisfazione del suo impulso e portare in superficie l’assurdità del suo comportamento), allo studente perfezionista, in quanto ossessionato dalla paura di sbagliare, si chiede di rendersi intenzionalmente ridicolo in pubblico (facendo emergere quanto ridicola sia la sua necessità di prendersi sul serio), al soggetto fobico si chiede di fermarsi ad un metro di distanza dall’oggetto della sua fobia (relativizzando il problema e rendendolo in qualche modo controllabile dal soggetto)

Vincere le resistenze

Come è possibile far compiere a soggetti razionali azioni assurde e puerili come quelle indicate sopra?

E’ fondamentale che le richieste richiedano uno scarso sforzo e dispendio di energie. Ma anche con queste precauzioni spesso si leva la resistenza espressa in termini di “voglio guarire, mi chieda di fare tutto, ma questo no!”.

Per vincere tali resistenze si utilizzano queste tecniche:

  • adottare il linguaggio del paziente
    • comprendere le aspettative, le speranze le paure, i pregiudizi del soggetto, il suo canale percettivo preferito per porre le premesse di un accordo e porsi nella sua visione del mondo
  • utilizzare la sua resistenza
    • interpretare ogni insuccesso e resistenza come prova del successo e, come detto precedentemente, utilizzare e provocare la resistenza portando all’estremo le conseguenze della visione del mondo del soggetto in modo che sia egli stesso obbligato a rifiutarla o, quanto meno, a modificarla. Ad esempio, al soggetto che si lamenta in quanto non nota miglioramenti, pur presenti, si prescrive di non menzionare mai i progressi ottenuti ma di affermare che nulla è cambiato. Quando il soggetto dirà di non migliorare lo si loda per il progresso e la collaborazione.
  • ricorrere alle anticipazioni
    • Anticipare quel che il cliente potrebbe dire o un suo atteggiamento positivo per niente scontato: “lo troverà insensato ma si potrebbe …”, “So che le piacerà…”, “non vorrei dire che…”; la prescrizione deve essere facile da eseguire ed espressa dal terapeuta con tono “giusto”, ripetitivo, monotono, circostanziato, con lentezza e chiarezza, come farebbe un ipnotizzatore.

Rituali

Il rituale  parla un linguaggio accessibile all’emisfero destro.  In terapia è una sorta di controgioco che distrugge il gioco originale, un rito sano che si sostituisce ad uno improduttivo.

Ma quale è la prescrizione o il rituale o la terapia giusta per il soggetto?

La soluzione deriva dall’osservazione di ciò che il soggetto ha fatto fino a quel momento per risolvere il suo problema, in quanto questa, di solito, non fa altro che far perdurare il problema, portando ad un circolo vizioso.

Quanto deve durare l’intervento?

Si potrebbe dire per sempre in quanto i cambiamenti non sono mai definitivi, non si deve puntare all’illusione di una guarigione totale ma piuttosto a dare al soggetto la capacità di convivere bene con il problema. Solo il successo nel trattare  i problemi, non un mondo senza problemi, può essere l’obiettivo di una terapia consapevole delle proprie responsabilità.

Il Linguaggio del Cambiamento
Paul Watzlawick
Elementi di comunicazione terapeutica

I sei pilastri dell’autostima

 

I Sei Pilastri dell'Autostima
I Sei Pilastri dell’Autostima
Nuova edizione

Nathaniel Branden
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Branden inizia il suo libro informandoci dei principi base dell’autostima.

L’autostima è fiducia nelle tue capacità e nel tuo diritto al successo.

L’essenza dell’autostima è fidarsi della tua mente e sapere di meritare la felicità.

L’autostima influenza le tue azioni ed è influenzata da esse.

La perseveranza aumenta l’autostima indipendentemente dal risultato.

Quando hai rispetto per te stesso e di conseguenza esigi il rispetto degli altri la tua autostima cresce.

Il livello di autostima ha conseguenze su tutti gli aspetti della vita.

L’autostima sostiene e innalza la qualità della vita

Uscire dal familiare, essere aperto, chiaro e diretto aumenta la tua l’autostima.

I livelli di autostima fluttuano, l’importante è averne un livello medio adeguato.

Una alta autostima o una bassa autostima generano comportamenti che tendono a confermare il livello (alto o basso) di autostima.

L’Autostima ha due componenti strettamente legate:

  1. un senso di fiducia o efficacia di fronte alle sfide della vita
  2. la convinzione di meritare la felicità

Branden passa poi a definire le fonti interne dell’autostima

L’azione è fondamentale: quello che fai determina il livello della tua autostima.

L’azione si traduce nelle sei pratiche che costituiscono i sei pilastri dell’autostima:

  1. vivere consapevolmente:
    • riconoscere la propria realtà
    • la mancanza di scelte e di obiettivi formano inconsciamente un’immagine di noi che abbatte la nostra autostima
    • vivere consapevolmente vuol dire cercare di essere consci di tutto quello che riguarda le nostre azioni, obiettivi, valori, al meglio delle nostre capacità, e di comportarci in accordo cin quello che vediamo e che sappiamo
    • significa essere responsabili della propria felicità
    • essere presenti in quello che si sta facendo
    • cosa accadrebbe se tu mettesi un po’ più di consapevolezza in quello che fai, che, sei, che pensi, che senti e lo facessi stabilmente?
  2. accettarsi:
      • stare dalla propria parte, essere pro se stessi, non negare la realtà
      • non devi necessariamente devi approvare te stesso ma è necessario riconoscere la tua realtà e non resistere ai tuoi sentimenti
      • capire e comprendere i comportamenti indesiderati riduce la possibilità che si ripresentino, ti spinge a cambiarli
      • provare almeno ad accettare la nostra resistenza ad accettarsi
  3. avere senso di responsabilità:
    • delle tue azioni, del conseguimento dei tuoi obiettivi e del tuo benessere
    • sentirsi responsabili dà un grande potere, restituisce la vita nelle tue mani
    • l’autostima non è un dono che si riceve da qualcuno
    • più evadi le responsabilità più ferisci la tua autostima
  4. affermare se stessi:
    • rendi onore ai tuoi desideri, bisogni, valori e cerca una forma giusta per esprimerli
    • non compiacere gli altri ma agisci in accordo con i tuoi sentimenti ed esprimi le tue convinzioni
    • la tentazione di tradire se stessi è più forte con le persone a cui teniamo di più, ma rinunciare ad affermarsi non fa altro che rimandare un confronto inevitabile con conseguenze peggiori
    • uno dei modi per costruire l’autostima è affermare se stessi nelle occasioni in cui non è facile farlo
  5. darsi un obiettivo
    • senza obiettivi il tuo atteggiamento è reattivo invece dovrebbe essere  attivo
    • occorre avere obiettivi specifici e temporizzati per organizzare il comportamento in modo ottimale
    • gli obiettivi non legati ad un piano di azione non vengono mai raggiunti esistono solo come desideri frustrati
    • per raggiungere gli obiettivi devi avere la capacità di rimandare le gratificazioni immediate per uno scopo remoto
    • rispetta il presente senza chiudere gli occhi al futuro e rispetta il futuro senza chiudere gli occhi al presente
    • la radice dell’autostima non sono i successi ma quelle pratiche generate dall’interno che, tra l’altro, rendono possibili tali successi
    • le cose che non entrano nella tua sfera di controllo non devono incidere sulla tua autostima
    • Bilancia e integra gli obiettivi proiettati nel futuro con l’apprezzamento del presente
    • se non fai qualcosa no cambierà nulla
  6.  praticare l’integrità
    • integrità significa coincidenza fra parole, comportamenti e valori; se c’è conflitto perdi il rispetto di te stesso
    • fai le cose che dici di ammirare e evita le cose che dici di disdegnare
    • se agisci contro quelli che ritieni essere i tuoi valori tradisci te stesso e la tua autostima si abbatte
    • vivi consapevolmente, assumiti la responsabilità delle tue scelte e delle tue azioni, rispetta gli altri e segui la tua felicità

Branden analizza poi le fonti esterne dell’autostima: come alimentare l’autostima di un bambino, l’autostima nelle scuole, sul lavoro, nella psicoterapia, il rapporto fra autostima e cultura.

L’esercizio protratto di queste pratiche virtuose  genera un bisogno di tali virtù: i comportamenti che generano autostima ne sono anche l’espressione (principio della causa reciproca)

Non è necessario che le sei pratiche siano esercitate alla perfezione il 100% delle vote: sono i piccoli miglioramenti a fare la differenza:

cosa accadrebbe se solo aumentassi del 5% la tua consapevolezza, accettazione, responsabilità, autoaffermazione e capacità di darti obiettivi, integrità?

All’inizio esercitare la pratica dell’autostima è faticoso, d’altronde se fosse semplice tutti avremmo sempre un’alta autostima.

Se decidi che la tua autostima e felicità sono più importanti del disagio e del dolore temporaneo che puoi provare mettendoti in discussione, ti accorgerai che, cercando, a piccoli passi, di essere più consapevole, di accettare te stesso, di prenderti le tue responsabilità, di affermare te stesso, di darti degli obiettivi e di praticare l’integrità, se ci provi, ti piacerai di più e questo ti stimolerà a tentare di spingerti ancora più in là. L’autostima cresce e ti assumi compiti sempre più ardui.

Occorre tanta buona volontà, perseveranza e coraggio. L’energia per affrontare questo impegno ti può derivare solo dall’amore per la tua vita.

L’amore per te stesso e per la tua vita è il settimo pilastro dell’autostima.

Branden termina con un programma di trentuno settimane per sviluppare l’autostima, basato sul completamento di frasi, un metodo molto efficacie per guidare “a distanza” l’individuo a risvegliare autonomamente la comprensione di sé e rinforzare l’autostima.

 

I Sei Pilastri dell'Autostima
I Sei Pilastri dell’Autostima
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Nathaniel Branden
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Come non farsi male da soli

 

Come non Farsi Male da Soli

Gary Seigel

Manuale di autocontrollo – Strategie, segreti, consigli per evitare di parlare a sproposito

Avallardi

ISBN: 9788878871861

Prezzo € 12,50

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A chi non è capitato di dire qualcosa di cui poi si è amaramente pentito? Questo libro insegna a controllarsi nelle situazioni critiche ma anche ad impostare le giuste strategie di comunicazione, a riparare a gaffe ed errori e, cosa ancora più importante a chiedere scusa dopo una situazione imbarazzante.

Per prima cosa occorre stabilire un obiettivo e poi parlare pensando al nostro interlocutore, imparando a separare i fatti dai giudizi e in base a questo stabilire quale è la cosa giusta da dire.

Il tutto si riassume nella formula E + R1 = R2; Evento + la nostra Reazione all’evento determina il Risultato.

Per non farsi male da soli occorre controllare i propri pensieri negativi, le voci che ci portano all’autosabotaggio, le classiche profezie che si autoavverano che ci raccontiamo.  Occorre non farsi condizionare dalle esperienze passate né dalle profezie negative del futuro. L’atteggiamento è tutto.  E’ utile prendersi una pausa per visualizzare il risultato che si vuole ottenere e fare chiarezza su ciò che si vuole dire. I comportamenti derivano dalle sensazioni, che, a loro volta, dipendono dai tuoi pensieri. Attraverso le espressioni positive e le visualizzazioni puoi imparare a interpretare la parte, ad agire come desideri perché pensi quello in termini positivi rispetto a quello che vuoi ottenere.

Ascolta  e fatti ascoltare. Partiamo da quest’ultimo aspetto. Usa frasi semplici e concrete, costruisci immagini memorabili e emozionanti, incuriosisci e stupisci con dettagli inattesi. Riassumi e spremi il succo del discorso. Cosa vuoi che venga fatto dopo quello che hai detto?

Ascolta: fai domande, comprendi i desideri, riformula ciò che viene detto, conferma e ripeti, mantieni il contatto visivo, riconosci i sentimenti come prima cosa, poi affronta i fatti.

Per farsi comprendere occorre adeguare il messaggio all’interlocutore, personalizzando il discorso, capire la persona che si ha difronte. E’ diretta  (dominante) o indiretta (passiva), aperta (socievole) o chiusa (tranquilla), paziente o impulsiva, conformista o fuori dagli schemi? 

Esistono degli schemi che possono aiutarti ad affrontare situazioni difficili:

– Desiderio (cosa voglio) – Ostacolo (cosa mi impedisce di ottenerlo) – soluzione  (come supero l’ostacolo)

– Comportamento (descrivere il comportamento notato e le conseguenze) – Correzione (quali aspetti sono da correggere?) – Atteggiamento (accordo e impegno)

– Sentimento (riconoscere il sentimento dell’altro) – Empatia (mostrare comprensione) – Comunicazione (proporre una strada diversa)

Imparare i copioni può essere molto utile per affrontare le situazioni difficili.

Altri consigli: parlare in prima persona e evitare i termini assoluti (sempre, mai, devi, …), esprimere i propri sentimenti, affrontare un argomento alla volta, individuare il pensiero nascosto dietro il comportamento, osservare il linguaggio del corpo dell’altro e gestire il proprio.

Atteggiamento con le persone difficili: quelle che controllano pedissequamente, perdono le staffe, tradiscono la fiducia, fanno favoritismi, non comunicano o comunicano troppo, non forniscono feedback, non riconoscono il lavoro e i progressi.

Consigli: conoscere la loro storia (aiuta a comprenderle), comprendere il punto di vista dell’altra persona e farle capire che lo si è compreso e poi decidere se vale la pena di cedere o comunque mantenersi sulle proprie posizioni. Se si mostra di comprendere l’altro è più facile che l’altro comprenda noi.

Nelle discussioni occorre tenere conto che sono sempre coinvolti tre aspetti: ciò che è accaduto (i fatti), ciò che si prova (i sentimenti e le emozioni), la percezione della nostra immagine (l’identità) . Questi tre aspetti vanno considerati dal punto di vista nostro e dell’altro.

Se occorre è meglio “sbollire” prima di affrontare la discussione, è sempre meglio essere specifici e porre limiti ben chiari all’invasione dell’altro esprimendoli in modo spersonalizzato e oggettivo. Evitare di prendersela sul personale, fare domande e chiedere aiuto all’altro per trovare una soluzione.

Adottare le tecniche e i processi del coaching:  individuare il problema, condividerlo, concordare una soluzione, verificare che la soluzione sia messa in pratica, riconoscere il cambiamento.

Controllare il linguaggio del corpo aiuta nelle situazioni difficili: sorridere, adottare atteggiamenti e posture “aperte”, inclinarsi verso l’interlocutore, mantenere il contatto visivo, annuire.

Il corpo tradisce i pensieri ed è molto difficile da controllare: la cosa migliore per non farsi tradire dal corpo è controllare i propri pensieri.

Evitare le battute fuori luogo o politicamente scorrette.

La comunicazione elettronica favorisce le incomprensioni. Evitare di essere troppo sintetici. Se la mail è “bollente” attendere prima di inviarla (un buon consiglio è di no mettere il destinatario prima di aver riletto il messaggio e se necessario, dopo averlo fatto decantare nelle bozze).

Regole di un buon messaggio e-mail:

Prima di tutto il inserire il messaggio (cosa si vuole dire e perché), poi l’azione (cosa vuoi che il lettore faccia), fornisci i dettagli ossia tutto quello che deve sapere per agire, allegare eventuali documenti di approfondimento.

Rileggere! Anche a voce alta e a ritroso frase per frase.

Se si deve dare notizia negativa, inserire per prima cosa un messaggio positivo, inserire, senza troppi giri di parole , la notizia negativa, suggerire eventuali alternative.

Come risollevarsi da una gaffe:

Ammettere l’errore assumendosi le proprie responsabilità, chiedere come poter riparare e ascoltare.

Gary Seigel

Manuale di autocontrollo – Strategie, segreti, consigli per evitare di parlare a sproposito

Avallardi

ISBN: 9788878871861

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Emozioni distruttive

Emozioni Distruttive Emozioni Distruttive
Liberarsi dai tre veleni della mente: rabbia, desiderio e illusione

Dalai Lama – Daniel Goleman

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Dalai Lama – Daniel Goleman

Liberarsi dai tre veleni della mente: rabbia, desiderio e illusione

Daniel Goleman, già professore di psicologia a Harvard, è autore di Intelligenza Emotiva (1996), che ha venduto oltre cinque milioni copie in tutto il mondo.
Ha avuto il grande merito di aver contribuito a sviluppare un atteggiamento culturale più rispettoso e favorevole alle emozioni.

L’invidia, l’aggressività e l’illusione sono, secondo l’insegnamento buddista, i tre “grandi veleni” che inquinano l’animo umano. E sono quelle emozioni che gli psicologi e gli studiosi di neuroscienze chiamano “distruttive”.

Un modo per affrontare e vincere le “emozioni distruttive” che albergano dentro di noi è quello di mettere a confronto il pensiero orientale con quello occidentale, come avviene in questo saggio di cui sono autori il Dalai Lama, il leader politico e spirituale del popolo tibetano, e Daniel Goleman, noto soprattutto per aver divulgato il concetto di intelligenza emotiva.

Goleman ci mostra come alcune terapie psichiche e comportamentali, in particolar modo l’allenamento della mente attraverso le varie tecniche di meditazione, possano rimuovere le cause psicologiche e fisiche anche delle nostre peggiori pulsioni.

Commento:

Un libro impagnativo, ma denso di informazioni e da cui è possibile trarre utili consigli e informazioni per chi è interessato ad approfondire il tema delle emozioni anche da un punto di vista orientale.

Impegnativo per la lunghezza e per il tema affrontato con piglio accademico pur essendo evidenti gli sforzi di fornire un taglio divulgativo all’opera.

Il libro inizia con il resoconto di un interessante esperimento durante il quale, con apparecchiature sofisticate, verrà osservato il funzionamento delle diverse aree del cervello durante diverse tipologie di meditazione di un esperto monaco buddhista.

Lo scopo ultimo dell’esperimento è quello di capire meglio come giungere a un controllo più soddisfacente delle nostre emozioni.

E’ possibile apportare cambiamenti positivi e duraturi nelle funzioni cerebrali utili a suscitare e mantenere  emozioni positive? Osservando il monaco buddhista la risposta pare positiva. La meditazione non solo apporta modifiche funzionali del cervello, ma addirittura fisiche (neuroplasticità): il cervello cambia in base alle nostre esperienze e ai nostri pensieri!

Dunque è possibile addestrarci alla felicità!

E’ possibile che gli aspetti pratici e non religiosi di un tale addestramento entrino a far parte dell’educazione scolastica dei bambini? Il PATHS è un programma volto a incoraggiare i bambini a coltivare una “mente positiva”.

Il libro indaga sulla definizione di “emozioni distruttive” dal punto di vista del pensiero orientale e occidentale e conseguentemente sugli antidoti che i “due punti di vista” suggeriscono.

Le emozioni sono universali o subiscono l’influsso della cultura? Quale è la tendenza prevalente?

Quali sono i contributi più utili che vengono dalla neuroscienza?

Quali sono le tecniche per dominare le emozioni?

Quale è il ruolo della compassione nel controllare le emozioni distruttive: rabbia, desiderio, illusione?

Queste sono alcune delle domande che trovano risposta nel libro.

letto in maggio 2009